E' OK esser tristi (anche a Natale)





Andrò controcorrente. Contro Michal Bublé, contro le pubblicità dei pandori, contro la predica del prete, contro lo “spirito natalizio”. Non che odi il Natale, tutt'altro, ne amo le tradizioni, i cibi, le canzoni, le luci. Amo l'albero ed il presepe (eppure no, non voto il capitano!).
In verità, col titolo ho già detto quasi tutto ciò che avevo da dire. E “Natale” è solo un pretesto per attirare i vostri clic, potete sostituirlo con “Pasqua”, “capodanno”, “qualsiasi giorno dell'anno” e il messaggio sarebbe sempre lo stesso: a volte è semplicemente giusto essere tristi. Alle emozioni non interessa il calendario, al tuo cervello (o cuore, se volete esser romantici) non interessa se è Natale quando sei infortunato, ti han lasciato, ti senti solo, stai toppando gli esami o ti sembra di aver toppato la vita. Se c'è una cosa che la musica indie sembra aver sdoganato (Oddio, fin troppo) è la tristezza. E non c'è bisogno di Inside Out per dirlo: è OK essere tristi a volte. Anche spesso, anche tutto il tempo che ti va. Eppure ecco le canzoncine natalizie, ecco l'improvvisa necessità di fare cene con gente che non ti conosce nemmeno, ecco che da mille parti diverse arriva un unico messaggio: sii felice. Fai finta di esserlo, piuttosto.
E, di fatto, è qualcosa che va ben oltre il Natale. E' l'idea ancora fortemente radicata del dover essere presi bene, di aver voglia di uscire, di dover fare serata, del “ciao come stai tutto bene dai!”. Di uscire a correre e doversi sempre sentire da Dio, del “non sentire la catena” in bicicletta.

Mi sembra sempre che, per tornare su una metafora natalizia, alla gente basti vedere che sul tuo terrazzo ci sono le lucine o uno di quei babbi natale che fingono di arrampicarsi dalla finestra, e che dentro la casa sia vuota o piena di scimmie che urlano non interessa davvero a nessuno.
La verità è che siamo fatti di mille emozioni contorte e contrastanti, e le emozioni sono maledettamente complicate; ed è importante imparare ad abbracciare ciò che si prova anche nelle sue contraddizioni.
Come atleta ho imparato che lo sport ti da tantissimo, ti fa sentire sul tetto del mondo, libero. Ho imparato che correre è un po' come volare, che spostarsi a piedi è una delle cose più belle ed appaganti che si possano mai provare. Ma ho anche imparato che spesso le cose non vanno come vorresti, che a volte ti puoi sentire fermo come in un acquario con la vita che ti scorre intorno e nessuno ti sente urlare. Eppure, si risale sempre la china, ci sta essere giù e ci sta essere al top, e ci sta anche essere a metà strada. Ma soprattutto ho imparato che la corsa non può e non deve definire chi sei. Non sei i tuoi risultati, non sei il tuo punteggio ITRA, non sei le tue statistiche annuali su Strava, non sei i tuoi km a settimana, e ancor di più non sei il numero dei tuoi follower su Instagram o dei tuoi amici su Facebook. 
La vita non è una commedia natalizia e non è un post su instagram, in cui tutti son fighi abbronzati e sorridenti, e tutti mangiano bowl di acaj con semi di papavero e raw-stuffed-vegan-yummy-Brussels sprouts & goji berries. Se è per questo infatti non sei nemmeno cosa mangi, facciamola finita con questa frase fatta. Non sei quei biscotti di troppo, quel barattolo di nutella, non sei il tuo pranzo di Natale e non sei quella mela che oggi è stata tutto il tuo pranzo. 
Lo sport è una metafora di vita si, ma appunto non lo sport dei social network. Quello vero in cui a volte non vorresti nemmeno uscire di casa, quello in cui piove e ti diverti come un cane nelle pozzanghere ma dopo 20 minuti imprechi perché non senti più le mani. Quello in cui fai una fatica boia ad arrivare in cima e a volte vieni premiato dal panorama, a volte invece c'è la nebbia e ti senti fuori dal mondo. Quello in cui un attimo saltelli in discesa e l'attimo dopo sei per terra con le ginocchia sbucciate. Quello in cui a volte mangeresti un bue e a volte invece lo stomaco ti si contorce e il cibo diventa un nemico. Quello degli alti e bassi, delle salite e delle discese, della cima che non arriva mai e delle lacrime di dolore, quello delle vittorie personali e delle sconfitte, dei ritiri, degli infortuni. Quello delle uscite in compagnia e delle pause al bar e quello dei viaggi nei monti da solo con te stesso. Quello delle emozioni contorte, della paura e della speranza, della gioia e della tristezza che si mischiano ogni giorno, anche a Natale.

Queste vacanze, concentrati su quali emozioni stai provando ed abbracciale. Forte. Se sei felice, HELL, YEAH! Sii grato per ogni piccola cosa che hai. Se sei triste, non devi vergognartene. Qualsiasi emozione tu abbia in questo momento, è solo una parte della tua complicata e fantastica persona. Questa collezione di particelle che ti può far cantare Feliz Navidad sotto la doccia, far piangere sotto le coperte, farti correre per 100km o farti restare in pigiama a guardare serie TV. Corri, vai in montagna, vai a sciare se ti va. Ma ricorda che lo sport non è tutto, e non deve diventare una via di fuga. Parla. Agli amici, ai parenti, al gatto, al tuo albero di natale.
E soprattutto, parla a qualsiasi emozione possa provare:
Ehi, tristezza, ansia, eccitazione, fame: ti voglio bene” potresti per esempio dire.
Perchè voglio bene a me stesso”.*


* tratto ed ispirato da 
David Roche, coach ed autore di "The happy runner"

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