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La solitudine del fondista (o sul perché andiamo in montagna)

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Inizierò con una frase fatta, per levarmi il problema di trovare un incipit: “anche quest'anno siam già a Natale, sembra ieri che...” Sembra ieri che eravamo in maniche corte. Beh praticamente lo era, visto che è stato uno degli autunni più caldi della storia.  Sembra ieri che eravamo chiusi in casa, ma basta qualche lieve miglioramento nei dati relativi al covid-19 che già pensiamo al liberi tutti. E com'era ovvio, giunto finalmente il freddo arriva la grande smania di andare in montagna. Anzi, mi correggo: di andare a sciare. Non son mai stato un grande amante della neve, perché soffro il freddo e perché son sempre stato l'unico a non saper sciare tra i miei amici. Sono cresciuto facendo sci di fondo, quello ho imparato (più o meno) e quello ho difeso a spada tratta negli anni, per orgoglio o per paura di dover imparare qualcosa di nuovo. Eppure quest'anno non vedo davvero l'ora di poter andare in montagna. Perché ho finalmente ripreso in mano gli sci da fond

Dentro al cuore ferito delle Apuane

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“Trasforma gli ostacoli in opportunità” scriveva l'ormai reietto Lance Armstrong. Voglio sfidarne la damnatio memoriae perché questa frase mi traghetterà attraverso un 2020 ricco di imprevisti e povero di gare, e perché penso che possa essere un buon insegnamento per tutti. Con questo in mente, a fine lockdown, rispolvero una vecchia wish-list di itinerari di trekking con il fermo intento di sfruttare questa estate per godermi di più la montagna senza aver sempre qualche gara da preparare. Per iniziar bene l'estate in luoghi dove non ci siano problemi di neve a giugno l'occhio mi cade sulla traversata delle Alpi Apuane, sogno nel cassetto da un po' e che avrei dovuto fare zaino in spalla in primavera con altri due baldi giovani della Sisport, occasione per cui avevo giusto comprato la cartina. La molla definitiva è la comparsa in primavera di un Fastest Known Time , che mi fornisce dati tecnici e stimolo a lanciarmi in questa galoppata abbandonando tenda e for

E' OK esser tristi (anche a Natale)

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Andrò controcorrente. Contro Michal Bublé, contro le pubblicità dei pandori, contro la predica del prete, contro lo “spirito natalizio”. Non che odi il Natale, tutt'altro, ne amo le tradizioni, i cibi, le canzoni, le luci. Amo l'albero ed il presepe (eppure no, non voto il capitano!). In verità, col titolo ho già detto quasi tutto ciò che avevo da dire. E “Natale” è solo un pretesto per attirare i vostri clic, potete sostituirlo con “Pasqua”, “capodanno”, “qualsiasi giorno dell'anno” e il messaggio sarebbe sempre lo stesso: a volte è semplicemente giusto essere tristi. Alle emozioni non interessa il calendario, al tuo cervello (o cuore, se volete esser romantici) non interessa se è Natale quando sei infortunato, ti han lasciato, ti senti solo, stai toppando gli esami o ti sembra di aver toppato la vita. Se c'è una cosa che la musica indie sembra aver sdoganato (Oddio, fin troppo) è la tristezza. E non c'è bisogno di Inside Out per dirlo: è OK essere tri

I puntini sulla I

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I come impresa, quella compiuta sabato a Vienna. Ma I sta anche per Ineos 1:59, il nome del progetto nato per abbattere il muro delle 2 ore nella maratona. Un'impresa incredibile, inimmaginabile fino a pochi anni fa. E' così, che piaccia o no: sabato è stata scritta una pagina indelebile nella storia dello sport. Per anni ci si è interrogati se fosse umanamente possibile scendere sotto le due ore nei 42,195km. Persino numerosi studi scientifici si sono interrogati al riguardo e molti di essi sono arrivati alla medesima conclusione: “not anytime soon”, non tanto a breve. Poi, nel 2017, è arrivata la Nike con il suo Breaking 2 project e scarpe sempre più avveniristiche (e brutte) ed ha provato a rompere quel muro, a Monza. Ci sono andati vicini, molto più di quanto pensassero in molti e, lo ammetto, molto più di quanto sperassi io. Perché diciamocelo, ci riempiamo la testa di slogan sul volere è potere, sognare in grande, superare i propri limiti ecc ma

Tutte le strade portano a Courma

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8 Agosto - Col di Nana (AO) E' una bella giornata, ma in cima trovo solo un francese che attende i suoi spompati compagni. Un saluto, poi la solita domanda "Fai il Tor?". Non esiste altra domanda qui, ad agosto. Mi imbarazza quasi rispondere "No, il Tot dret!". I precedenti fallimenti su questi sentieri li ometto con nonchalance. "Ah, le petit!" Si, ecco, petit. Siamo figli di un dio minore, noi del Tot Dret! D'altronde ho snobbato anch'io questa gara, per un paio di anni. Sentivamo davvero il bisogno di un'altra gara? Di un mini-Tor, per i delusi dal sorteggio o per i deboli di cuore? Probabilmente no, ho pensato. E' solo una scelta di marketing, un tentativo di scopiazzare Chamonix. Poi le prime due edizioni sono state una carneficina, tantissimi restano fuori dai cancelli ed i "top" che partono forte e saltano come tappi. Interessante. Poi guardo meglio l'altimetria, il solito bel profilo dentellato, e que

Carbs loading tra mito e realtà

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Quante volte abbiamo o sentito dire che la mattina prima di una gara bisogna mangiare la pasta? E quante volte abbiamo pensato noi stessi che non ci fosse niente di meglio di un bel piatto di spaghetti per “riempire il serbatoio” la sera prima di una corsa? Non c'è niente di nuovo nell'idea del carico di carboidrati: riempire le scorte di glicogeno (un polimero ramificato del glucosio, che funge da riserva energetica glucidica depositata nel fegato e nei muscoli) per avere più energia possibile da utilizzare in gara. Eppure, a riguardo ne abbiamo sentite di cotte e di crude, sarà quindi davvero una strategia efficace? E soprattutto, come si effettua davvero? Innanzitutto un po' di storia: il primo protocollo di carico di carboidrati è stato sviluppato a fine anni '60 da Hultman e colleghi, che studiando l'attività enzimatica nel muscolo in risposta all'esercizio si sono accorti che la capacità di sostenere a lungo uno sforzo di moderata intensità

Via del Sale atto II: il racconto e le immagini

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Dove eravamo rimasti? Ah si, al terzo ahimè di una soleggiata mattina di metà Novembre, in partenza per la Via del Sale. Beh, avete intuito ormai che non è stata esattamente la spensierata scampagnata che avevamo ipotizzato, e può quindi esserci miglior modo per iniziare un'avventura che perdere il treno? Io penso di no, e deve averlo pensato anche il simpatico capotreno che ha deciso di non aspettare 5' la coincidenza da Torino, unica ragione dell'esistenza di una stazione nella ridente Fossano. In ogni modo eccoci qui, giunti all'imbocco del Tunnel di Tenda (complice un autostop) con due ore di ritardo e più solo tre ore di luce a disposizione. Ore 14. Dal tunnel saliamo per sentierini ripidi e poco tracciati fino al Col di Tenda, dove ci aspetta la ex-militare con i suoi bellissimi panorami ed una piacevole sorpresa: la larga e agevole strada che ci aspettavamo è si più sicura dei sentierini del crinale, ma è anche diventata un balcone