Quel che resta dell'Alta Via







Due anni (quasi) esatti fa, finiva l'avventura di Giulia & Alberto in AltaVia.
In vena nostalgica vado a riguardare la pagina facebook che avevamo creato per quell'avventura. “442 chilometri che percorrono la nostra regione, 17 giorni a disposizione, 1 tenda e tanta voglia di guardarsi dentro e intorno.” è la scarna descrizione. 
Tre settimane fa il sempre solerte social network mi aveva riproposto ciò che avevo scritto alla vigilia della partenza condividendo la suddetta pagina: “Cari tutti, si va! come forse (non) sapete abbiamo deciso di lanciarci nell'impresa di percorrere l'Alta via di Monti Liguri, 440km da Ventimiglia a La Spezia. Per non sentirci troppo soli abbiamo creato una pagina su cui caricare foto ed impressioni del viaggio. Sarà inoltre un piacere se qualcuno di voi vorrà condividere con noi un pezzo di sentiero (se riusciamo vi aggiorniamo man mano sulla nostra posizione). Soprattutto se portate del cibo!”.
Insomma, non eravamo esattamente delle macchine da social network. Allora, e nonostante la nostra scarsezza, non immaginavo il successo mediatico che avremmo ottenuto, ma questa è un'altra storia.
Quella dell'AltaVia non è stata un'impresa fuori dal comune, non è stata una prestazione eccezionale. Il Tor, per quello, è di un altro ordine di grandezza. Non mi ha cambiato la vita, anche se sono cambiate tante cose da allora. Eppure lo considero quasi uno spartiacque, una parte di un anno in cui sono cambiate molte cose, e spesso mi trovo a posizionare cronologicamente un evento come “prima dell'altavia” o “dopo l'altavia”.
Di quell'esperienza mi rimangono foto e interviste (sempre divertente questa cosa), ma mi mancano i ricordi scritti, che in fondo sono gli unici con cui riesco a trasmettere e ricordare le emozioni. Nel mentre ero troppo preso dal momento e dal raggiungere la meta, e dopo ero troppo cotto mentalmente. Divento poco poetico e troppo meccanico durante queste cose, lo so.
Forse é il momento di ovviare alla mancanza di due anni fa, prima che i ricordi si affievoliscano troppo. Forse doveva essere il punto di partenza di questo blog, in fondo posso dire che è cominciato tutto allora. E pensare che doveva essere un blog di alimentazione.

Una passeggiata nei boschi

L'idea di percorrere L'Alta Via dei Monti Liguri mi è venuta per la prima volta a fine liceo in una fase Into the Wild, quando dopo aver letto Una passeggiata nei boschi di Bryson il mio giovane e già bruciato cervello ha iniziato a sognare improbabili viaggi di maturità zaino-in-spalla nei boschi del Canada in compagnia di un fedelissimo cane da orsi. Ovviamente non se ne fece nulla, ma da allora ciclicamente il trip del viaggio è tornato a turbare la mia mente, finchè non ho trovato la soluzione che non comportasse il morire sbranato da un plantigrado o il finire in un ospedale psichiatrico: L'AltaVia dei Monti Liguri. Era perfetta. Lunga ma non impossibile, facile da raggiungere in quasi qualsiasi punto, economica e con un buon clima, poco civilizzata (non ho mai capito un cammino di Santiago, per esempio) ma nemmeno selvaggia. E soprattutto aveva un significato. Sembra di commettere un crimine a dirlo, ai giorni nostri, ma non ho mai amato viaggiare. Anzi, il viaggio in sè lo posso apprezzare e l'ho spesso apprezzato, ma forse per pigrizia, forse per ansia o forse per paura non amo il partire ed il lanciarsi. Però amo scoprire ciò che mi circonda e ho un profondo attaccamento verso alcuni luoghi (vedasi questo incredibilmente apprezzato post), amo fare cose che abbiano un significato personale, soprattutto nello sport. E l'idea di percorrere tutta la Liguria, l'idea di passare a due passi da casa, di superare il Beigua e vedere Genova era proprio quel significato che cercavo. Ed è stato effettivamente uno dei momenti più belli.

Lanciarsi

La cosa più divertente di Giulia e Alberto in Alta Via è com'è nato tutto. Dopo anni di fantasticherie, sempre più concrete ma sempre irrealizzate, vengo a sapere che la mia stessa idea si è infilata anche nel cervello di un'altra persona, in cerca di una meritata avventura post laurea (in Medicina, mica pizza e fichi). E' il 14 Settembre 2015 quando mi vedo con Giulia per parlare dell'Alta Via dei Monti Liguri. In realtà è lei che c'è sotto questa volta e vuole convincermi a farne almeno un pezzo, una settimana o giù di lì, ma io non sono convinto: come ho detto non amo lanciarmi nelle cose, avrei qualche gara a cui sono già iscritto in quel periodo, e poi ci conosciamo appena!
Alcuni treni però passano una volta sola e così bastano pochi minuti per riaccendere la fiamma sopita: facciamolo, facciamo l'AltaVia dei Monti Liguri. Tutta però, non scherziamo, ché le avventure sono tali solo se si portano fino in fondo. 440Km.
Martedì 22 settembre: dopo soli 8 giorni siamo sul treno per Ventimiglia. Senza nemmeno il tempo di comprare un paio di scarpe nuove, alla faccia della preparazione. A volte bisogna proprio lanciarsi, in fondo.






Il disagio

E' una banalità da dire, ma il camminare ti insegna tanto, tantissimo. Ok, divento poco poetico e non è che mi senta “cambiato”, ma davvero queste esperienze sono una palestra di vita. L'AltaVia mi ha insegnato ancora una volta a sopportare il disagio: quello piccole delle ciocche ai piedi e delle piaghe dello zaino - ed è incredibile come col passare dei giorni ci si abitui e sparisca tutto -; quello del freddo la notte e della pioggia, che davvero ci ha portato al limite della sopportazione; quello di una notte passata a vomitare e del ripartire zigzagando malamente. Ma mi ha anche fatto capire meglio l'importanza dell'attrezzatura e della preparazione, perché va bene riscoprire l'essenzialità, riconnettersi con la natura, ma in montagna non si scherza. E vale per tutti i monti: ho sofferto più a Creto (600m) che sottozero di notte oltre i 3000 in Val d'Aosta.



Incontri

Per quanto i monti liguri non siano l'Himalaya, l'Alta Via è sostanzialmente un itinerario solitario. Rimanendo quasi sempre sullo spartiacque appenninico, incrocia molti passi e molte strade ma pochi paesi. A cavallo di Ottobre poi, puoi passare dei giorni prima di incontrare qualcuno. Eppure molti dei ricordi più nitidi che mi rimangono sono di persone. La serata karaoke al passo della Scoffera rimane un irraggiungibile vetta trash, ma anche il vecchio che al Valico dei Casoni inveiva contro i lupi e contro lo Stato non scherzava. Saper stare da soli a volte ti fa apprezzare maggiormente la gente che ti sta intorno, e l'AltaVia è stata speciale anche per tutti i fungaioli, i ristoratori, i (pochi) camminatori, i contadini e le mucche che abbiamo conosciuto, ma soprattutto per gli amici e i familiari che ci son venuti a trovare lungo il cammino e che ci hanno aiutato ad andare avanti nei momenti di difficoltà.

Nebbia

Ci è stato chiesto spesso quale luogo ci fosse piaciuto di più. Difficile rispondere, il paesaggio cambia tantissimo: dall'ambiente alpino sopra Ventimiglia alle piane ventose verso Genova alla zona quasi collinare sopra La Spezia. E' difficile rispondere soprattutto perché sopra Genova siamo entrati nella nebbia, e ne siamo usciti al penultimo giorno. La nebbia è tanto affascinante quanto alienante, l'Aiona sembrava un paesaggio di qualche film di fantascienza. Ma svegliarsi, uscire dalla tenda ghiacciata e finalmente rivedere l'alba, quello è stato quasi commovente. Forse era una metafora.




Condivisione

Negli anni dei trip mentali ho sempre considerato questa avventura come solitaria, con al massimo qualche incontro qua e là. Sono contento che non sia stato così. Dico sempre che senza Giulia (che si è sposata felicemente l'anno scorso, non fatevi strane idee!) sarei partito molto più forte, ma sarei crollato a metà strada. Al di là del fatto che spesso e volentieri sia stata lei a sopportare e supportare me, l'AltaVia mi ha insegnato soprattutto che (perdonatemi per la banale citazione che sto per fare) a volte la felicità è vera solo se condivisa. Rimane un ricordo forte proprio per questo, altrimenti sarebbe stata una mia ennesima follia incomprensibile agli occhi altrui. E soprattutto è stato divertente per la prima volta coinvolgere la gente attraverso la nostra pagina facebook (che è diventata una sorta di mini fenomeno mediatico con tanto di interviste e giornali). Questa è una lezione che ho trasportato al Tor, anche se per una causa migliore: l'esperienza che faccio e l'avventura che cerco sono per me stesso, ma è bello vedere che ciò che fai suscita interesse e curiosità negli altri. Senza sentirsi un fiero o un duro, anche senza voler essere al centro dell'attenzione a volte è bello inserire ciò che si fa nel mondo, senza isolarsi nella propria bolla.

Un parcheggio

L'Alta Via è un itinerario segnato e mantenuto bene pressochè in tutta la sua lunghezza, ed i monti liguri hanno tanto da dare al turismo e all'escursionismo, ne ho già parlato. Ogni volta che incontro il segnavia AV bianco-rosso o uno dei paletti chilometrici (un po' sballati, ma vabbè) mi si scalda il cuore, è come ritrovare un vecchio amico. Rimane un patrimonio poco valorizzato purtroppo, ed è stato triste trovare tanti rifugi chiusi sul percorso. Ma soprattutto è triste dopo 440km e 17 giorni di cammino finire la propria avventura in un parcheggio desolato a Ceparana, con a malapena un cartello informativo stinto. Un ironico promemoria per ricordarti che conta più il viaggio della meta, purtroppo.
A volte è meglio non sapere mai la storia di certi nomi

Cinghiale sociale

Questo é un aneddoto che racconto a pochi, ma lo considero un mini-manifesto autoironico in fondo. L'ultima volta che ho (volontariamente) mangiato carne è stata all'Osteria dei cacciatori, al Valico dei casoni sopra Ceparana, l'ultima sera del viaggio. Avevano aperto solo per noi, che sognavamo ormai da giorni un letto ed un pasto decente, ed il menù chiaramente era tutto a base di carne. Ho dribblato il primo, ma dopo aver fatto andare avanti la povera Giulia a suon di legumi e formaggio stantio per due settimane è stato quasi doveroso prendere il secondo di carne: cinghiale. Potrei oltretutto obiettare che era ecosostenibile, ma non importerebbe. In fondo mangiare è un atto sociale, e sono stato (quasi) felice di fare quel “sacrificio” per lei, d'altronde all'osteria dei cacciatori non potevo certo pretendere polpette di seitan. Grazie a Dio. 
Non mi ha soddisfatto, se proprio volete saperlo.

Senso unico

Cosa mi resta dell'altavia, quindi? 
Tanti ricordi che mi sono divertito a riesumare lasciando vagare la mente in queste righe. Tanta esperienza ed un rapporto speciale con questi monti. Ma soprattutto mi guardo indietro e capisco che è stato un'inizio, più che un'avventura spot. Da lì, almeno mentalmente, è partito il mio viaggio verso il Tor 2017. E nonostante il risultato mi rendo conto che ormai si tratta di un processo senza ritorno: c'è l'amico leghista/grillino che ti intasa facebook con post contro gli immigrati, c'è l'amica dei selfie allo specchio, il tifoso sfegatato e l'amante dei cani, poi ci sono io, quello che la domenica fa le instagram stories da qualche monte ed ogni tanto spunta con qualche folle impresa dall'elevata probabilità di infortunio, ma rigorosamente con i capelli di qualche colore improbabile o, peggio ancora, con un tragico cappellino a pois, perché è meglio non prendersi mai troppo sul serio.

Commenti

Post popolari in questo blog

Contro la corsa a digiuno

Tutte le strade portano a Courma

Mozzarella di bufale: il Glutammato